19/02/2026
LETTERA APERTA
Massimo Garau: La verità è un debito d’onore!
Oggi, 16 febbraio 2026, Mazara del Vallo si raccoglie ancora una volta davanti a quel tratto di mare che nel 1987, nello stesso giorno, inghiottì il motopeschereccio Massimo Garau. Ma chi, come me, conosce a fondo ogni piega di questa vicenda, sa bene che quella sera non fu solo il mare a uccidere. Il mare impietoso restituì solo 3 marinai italiani e un beniniano, testimoni muti di una fine che non ha ancora una spiegazione onesta. Gli altri 15 marinai, tra cui un italiano e 14 africani, fratelli di lavoro e di fatica, sono rimasti prigionieri di quelle acque che non hanno solo il sapore del sale ma anche quello disgustoso dell’indifferenza delle istituzioni.
Per anni ci hanno propinato la favola di un mare proibitivo, non navigabile, dell’eccessivo peso del peschereccio, della fatalità, del destino cinico. Ma le carte, i tracciati e la logica marittima dicono ben altro. Un peschereccio di quella stazza, con quegli uomini di provata esperienza, non sparisce dai radar in pochi istanti di fronte a una burrasca.
Il Massimo Garau fu speronato!
È ora di dirlo con la fermezza di chi ha analizzato ogni perizia: quel peschereccio è stato vittima di una collisione ed è stato abbandonato al suo destino nelle acque del Canale di Sicilia, teatro, allora come oggi, di movimenti d'ombra, di esercitazioni non dichiarate e di unità militari che solcano i nostri mari come se fossero zone franche.
Parlare ancora di mistero o addebitare l’affondamento a cause scientificamente non rispondenti alla realtà significa essere complici di un depistaggio che dura da una vita intera. Significa ignorare le ferite sullo scafo, accettare irrituali e perentori ordini di sospensione delle ricerche e molto altro ancora come quell’assordante, ignominioso silenzio delle autorità che avrebbero dovuto proteggere i propri lavoratori e che invece hanno preferito coprire verità inconfessabili.
Uomini mortificati due volte: prima dalle onde, poi dal fango delle bugie!
Quei 15 fratelli africani, i cui nomi sembrano pesare meno per lo Stato, e quei 4 figli della nostra terra, gridano ancora giustizia. Non vogliamo corone di fiori che marciscono nell'acqua. Vogliamo che si ammetta ciò che le prove suggeriscono da decenni: il Massimo Garau non è affondato per colpa del maltempo, ma perché qualcuno lo ha travolto e poi ha steso un velo di menzogne per nascondere le proprie colpe.
Dopo 39 anni, la mia non è solo memoria. È una sfida al silenzio. Io non dimenticherò i diciannove uomini e non smetterò di cercare la mano che ha armato quel naufragio.
La verità è un debito d'onore che questa terra ha verso i suoi marinai, e i debiti d'onore, prima o poi, vanno pagati.
Gaspare Bilardello