31/01/2026
💔🥹 C’è un’immagine che, più di ogni parola, racconta ciò che sta vivendo in queste ore.
Una croce.
Ferma. Dritta. In bilico sull’orlo dell’abisso.
Sotto di lei la terra si è aperta, ha ceduto, ha trascinato con sé strade, muri, ricordi. Il quartiere Sante Croci è stato ferito da uno smottamento profondo, improvviso, crudele. Case svuotate in fretta, vite interrotte, oltre mille persone costrette a lasciare tutto. Un paesaggio che sembra uscito da un racconto apocalittico, dove il silenzio pesa più delle sirene.
Eppure quella croce è rimasta lì.
Come se avesse deciso di non arretrare di un passo.
Non è solo legno o metallo. È diventata uno sguardo rivolto verso chi guarda dal basso, verso chi ha perso il pavimento sotto i piedi ma non vuole perdere la speranza. In mezzo al vuoto, quella croce è una resistenza muta. Non urla, non promette miracoli. Sta. E basta. Ed è proprio questo il suo messaggio più potente.
Per molti cittadini è un segno. Una protezione. Un appiglio spirituale in un momento in cui tutto sembra franare, dentro e fuori. Quando la terra tradisce, la fede diventa l’ultimo luogo stabile in cui rifugiarsi.
Non è un caso che quel quartiere si chiami Sante Croci.
Il nome affonda le sue radici nella storia, nell’antica Chiesa delle Sante Croci, già colpita da una frana nel 1997. Come se il destino di Niscemi fosse legato da sempre a questo simbolo, a questo continuo oscillare tra ferita e rinascita, tra caduta e resistenza.
La croce sull’orlo del precipizio oggi non divide. Unisce.
Unisce chi crede e chi semplicemente spera. Chi prega e chi, in silenzio, guarda quella immagine e trova la forza di andare avanti un giorno in più.
Perché quando tutto crolla, a volte non serve una risposta.
Serve solo un segno che resti in piedi.