Studi Veronesi

Studi Veronesi Pagina ufficiale della collana Studi Veronesi, dedicata a ricerche sulla storia del territorio veron

Chi ha fondato il Museo Lapidario Maffeiano? Scipione Maffei, che aveva esposto il suo progetto con l’attualissimo motto...
04/09/2026

Chi ha fondato il Museo Lapidario Maffeiano? Scipione Maffei, che aveva esposto il suo progetto con l’attualissimo motto «ciò che vi è di utile al pubblico si deve render di dominio pubblico», si risponderà immediatamente.
Eppure, la visione tradizionale che attribuisce la creazione del primo museo epigrafico “pubblico” esclusivamente all’opera di Maffei va rivista. Alfredo Buonopane, attraverso l’analisi di documenti d’archivio, dimostra che l’Accademia Filarmonica di Verona si occupava attivamente della conservazione delle antichità locali molto prima del progetto di Maffei. Nel 1612, l’Accademia si assicurò la collezione Nichesola, creando un deposito sicuro a beneficio del pubblico e della ricerca scientifica. Questo impegno istituzionale nei confronti del patrimonio culturale persistette nonostante le crisi finanziarie e i disordini sociali. Di conseguenza, la proposta di Maffei del 1712 rappresenta l’evoluzione di una tradizione accademica già in atto, più che un’iniziativa originale e isolata.

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Nella foto: Una delle basi di colonna scoperte all’inizio del 1600 in piazza delle Erbe, trasportata nel cortile dell’Accademia Filarmonica, poi sede del Museo lapidario, e impiegata come modello per le basi delle colonne del pronao del Teatro Filarmonico.

Il Recioto ha davvero duemila anni di storia?È una storia che si sente raccontare spesso: il Recioto veronese sarebbe l’...
25/08/2026

Il Recioto ha davvero duemila anni di storia?
È una storia che si sente raccontare spesso: il Recioto veronese sarebbe l’erede dell’acinaticium, il vino descritto da Cassiodoro nel VI secolo. Una storia affascinante, perché offre al Recioto una genealogia prestigiosa e antichissima: dal vino della corte gota fino alle colline della Valpolicella, attraverso quindici secoli di tradizione.
Ma c’è un problema: le fonti non raccontano questa storia.
Andrea Brugnoli, nel saggio «L’invenzione della continuità. L’acinaticium di Cassiodoro e la tradizione del Recioto veronese alla prova delle fonti», appena pubblicato su Studi Veronesi, prova a seguirne le tracce, dall’antichità alla documentazione veronese più recente, passando per la trattatistica medievale e moderna. Il risultato è che, per molti secoli, non troviamo una continuità documentata tra l’acinaticium e un vino veronese, né una tradizione riconoscibile di appassimento delle uve destinata alla produzione di un vino assimilabile al Recioto.
Perché allora l’acinaticium e il Recioto vengono accostati? Si tratta di un anacronismo teleologico: il punto di arrivo viene assunto come se fosse già contenuto nel punto di partenza. Se partiamo dal Recioto che conosciamo oggi e cerchiamo nel passato qualcosa che gli assomigli, rischiamo di leggere il passato alla luce del presente. E così quella che era soltanto un’analogia ha finito per diventare una genealogia.
Il fenomeno è tutt’altro che innocente. Una tradizione antichissima ha un valore che va oltre la storia: conferisce prestigio a un prodotto, rafforza il rapporto con il territorio e costruisce un’idea di autenticità. E questo, naturalmente, può avere anche un peso economico, soprattutto quando il vino diventa un elemento importante dell’immagine e della valorizzazione di un territorio.
Questo, ovviamente, non significa che il Recioto sia una tradizione inventata. La tradizione del Recioto è reale e ha una sua storia, ma che varrebbe la pena ricostruirla proprio per quello che è.
Come illustra nelle conclusioni Andrea Brugnoli, con una riflessione che investe la dimensione attuale dell’invenzione di una tradizione, «Proporre una rigorosa analisi di una di queste narrazioni relative al patrimonio culturale locale non costituisce un mero esercizio erudito, bensì un tentativo di ribadire il valore e la necessità dell’indagine storica, soprattutto quando la costruzione di una tradizione viene impiegata per legittimare assetti odierni consolidati o, ancor più, per giustificare specifiche scelte che riguardano anche la gestione del territorio».

https://www.veronastoria.it/ojs/index.php/StVer/article/view/845

Nella foto: frontespizio dell’edizione del 1533 curata da Mariangelo Accursio delle Variae di Cassiodoro

Verona a tavola? Potrebbe non essere solo una questione di buona cucina locale. Potrebbe capitare, infatti, di avere la ...
23/07/2026

Verona a tavola? Potrebbe non essere solo una questione di buona cucina locale.
Potrebbe capitare, infatti, di avere la fortuna di consumare un pasto in uno dei tanti servizi di stoviglie che, a partire dal primo Ottocento, le manifatture inglesi specializzate in Transferware (un particolare tipo di ceramica decorata a stampa) hanno dedicato a Verona. Assieme a Firenze, Roma e Venezia, la città scaligera è stata infatti la più utilizzata per battezzare decori ispirati alla bellezza dei panorami italiani, che gli Inglesi ben conoscevano grazie agli scritti e alle illustrazioni di chi poteva permettersi il Grand Tour, quel viaggio di formazione attraverso l'Europa continentale che tanto attirava i rampolli delle famiglie più abbienti. Il saggio di Elisa Anti per Studi Veronesi indaga proprio il legame tra Grand Tour, amore per Verona e industria ceramica inglese, analizzando la storia dei decori più famosi e il loro legame con l'immagine della città sull'Adige, con tanto di sorprendente conclusione finale.

https://www.veronastoria.it/ojs/index.php/StVer/article/view/844

Nella foto: Manifattura William Ridgways & co., Verona (1830 ca.)

Sapete cos’è una gammadia? Ma, soprattutto, qual è il suo significato?Se la risposta è no, siete in buona compagnia: per...
14/07/2026

Sapete cos’è una gammadia? Ma, soprattutto, qual è il suo significato?
Se la risposta è no, siete in buona compagnia: per secoli non l'hanno saputo con certezza nemmeno gli studiosi.
Cristina Cumbo, attraverso un ampio confronto con testimonianze iconografiche cristiane, ebraiche e profane, torna a interrogare questi segni che compaiono anche sulle vesti di alcuni personaggi raffigurati nell'ipogeo di Santa Maria in Stelle. Il saggio propone una nuova interpretazione di questi simboli e solleva interrogativi sull'identità dei personaggi raffigurati, sulla diffusione dell'ortodossia e persino sulla possibile presenza di un santo veronese riconoscibile proprio grazie a queste misteriose "gammadie".
https://www.veronastoria.it/ojs/index.php/StVer/article/view/843

Il pomodoro appartiene davvero solo alla cucina mediterranea?Nell'immaginario comune sì. Ma la sua storia è più compless...
09/07/2026

Il pomodoro appartiene davvero solo alla cucina mediterranea?
Nell'immaginario comune sì. Ma la sua storia è più complessa. Ancora oggi una parte importante della produzione italiana – soprattutto destinata alla trasformazione industriale – si concentra nella Pianura Padana, dove il Veronese ha avuto e continua ad avere un ruolo non secondario.
Ma il pomodoro quando è arrivato sulle tavole veronesi? E come è riuscito a diventare un ingrediente irrinunciabile?
Le fonti, raccolte da Andrea Brugnoli in un nuovo intervento su Studi Veronesi, raccontano una storia diversa da quella che immaginiamo. Alla fine del Settecento il pomodoro è ancora una coltura marginale, coltivata da pochi ortolani. Solo nel corso dell'Ottocento si espande negli orti e, successivamente, nei campi, conquistando progressivamente uno spazio anche sulla tavola e in cucina.
La sua diffusione non dipende soltanto dalle innovazioni agricole: cresce perché cambia il modo di cucinare. Si afferma nel consumo di salse e conserve, entrando stabilmente nelle cucine.
Tra le testimonianze più interessanti, emerge un ricettario manoscritto veronese del XVIII secolo, conservato all'Archivio di Stato di Verona, che tramanda due ricette di salsa al pomodoro destinate ad accompagnare la carne: una rara traccia di un uso ancora elitario, ma già capace di anticipare un cambiamento destinato a diventare generale.
La storia del pomodoro nel Veronese ricorda che anche ciò che oggi consideriamo "tradizione" spesso è il frutto di una lenta successione di innovazioni, ma soprattutto della capacità di accogliere e integrare prodotti e usi “foresti”.

Nella foto: dettaglio di ricettario della seconda metà del XVIII secolo, conservato all'Archivio di Stato di Verona, che riporta due varianti di una ricetta per salsa a base di pomodoro.

https://www.veronastoria.it/ojs/index.php/StVer/article/view/840

Dove andavano i veronesi alla fine del medioevo per prendersi cura del corpo?Nel cuore della città esistevano bagni pubb...
08/07/2026

Dove andavano i veronesi alla fine del medioevo per prendersi cura del corpo?
Nel cuore della città esistevano bagni pubblici, stufe, saune, sale per massaggi, luoghi dove si praticavano salassi ed epilazioni e, talvolta, anche attività che sconfinavano nella sfera di altri piaceri. Un mondo sorprendentemente articolato, in gran parte poco noto.
Attraverso una paziente indagine all'Archivio di Stato di Verona, Claudio Bismara ricostruisce la geografia dimenticata dei balnea e delle stufe della Verona tra Medioevo e Rinascimento, riportando alla luce strutture finora sconosciute, come la celebre stufa all'insegna del pesce, di cui individua la posizione, l'organizzazione degli spazi e i servizi offerti.
Ne emerge una città molto diversa da quella che immaginiamo: attenta all'igiene, al benessere e alla salute secondo i principi della medicina del tempo, con una diffusione di spazi dedicati alla cura del corpo che coinvolgeva non solo gli esercizi pubblici, ma anche numerose abitazioni private.

https://www.veronastoria.it/ojs/index.php/StVer/article/view/839

Nella foto: Valerio Massimo, Detti e fatti memorabili, in Bibliothèque nationale de France. Bibliothèque de l'Arsenal, Ms-5196 réserve, c. 372r

Quanti dipinti poteva custodire una collezione privata nell'età barocca?Quella di Gomberto Giusti, nobile veronese, era ...
01/07/2026

Quanti dipinti poteva custodire una collezione privata nell'età barocca?
Quella di Gomberto Giusti, nobile veronese, era straordinaria: quasi 300 dipinti, altri 300 ritratti di personaggi illustri, oltre a numerosi disegni e oggetti d'antichità. Una raccolta che, per ricchezza e ambizione, aveva le dimensioni di un vero e proprio museo, costruito grazie a una solida cultura artistica ma anche a ingenti disponibilità economiche.
Due inventari, redatti alla sua morte (1738) e quindici anni più tardi (1753), individuati da Gianni Peretti e pubblicati in un nuovo contributo su Studi Veronesi, consentono oggi di ricostruire questa eccezionale collezione. Ma raccontano anche qualcosa di più: mostrano come, in pochi anni, il gusto artistico stesse cambiando, orientandosi verso modelli classicisti e accademici. Il risultato fu un netto ridimensionamento del valore di molte opere del Manierismo e del Barocco, mentre i dipinti più recenti venivano sempre più apprezzati.
Emblematico è il caso della Giuditta del pittore bolognese Gian Giuseppe Dal Sole (1654-1719): in appena quindici anni il suo valore raddoppia, fino a diventare l'opera più preziosa dell'intera raccolta.
Un piccolo viaggio nella storia del collezionismo veronese e del gusto artistico del Settecento, raccontato attraverso documenti rimasti per secoli negli archivi.

https://www.veronastoria.it/ojs/index.php/StVer/article/view/837

📷 Nella foto: la Maddalena penitente dipinta da Gian Giuseppe Dal Sole per Gomberto Giusti, una delle più affascinanti e sensuali interpretazioni della santa nella pittura italiana della fine del Seicento (oggi nella collezione della Fondazione Cariverona, già collezione Giusti).

Si apre l’undicesimo volume di Studi Veronesi, rinnovato nel Comitato editoriale, nelle sezioni e nella veste grafica.Ad...
27/04/2026

Si apre l’undicesimo volume di Studi Veronesi, rinnovato nel Comitato editoriale, nelle sezioni e nella veste grafica.

Ad inaugurarlo è un intervento di Roberto Delle Donne dedicato al ruolo dell’Open Access nella valorizzazione europea degli studi territoriali. L’articolo mette in luce come i modelli di Open Access non commerciale – in particolare il Diamond Open Access – insieme a infrastrutture interoperabili e standard condivisi, abbiano restituito centralità scientifica alla ricerca storica e agli studi sul territorio.

L’editoria in Open Access emerge così non solo come strumento di diffusione, ma come vera e propria infrastruttura civica, capace di valorizzare la pluralità delle memorie storiche nello spazio europeo della conoscenza.

Come scrive Delle Donne: «Studi Veronesi si colloca pienamente in questo scenario. Il suo percorso decennale mostra come una rivista dedicata alla storia di un territorio possa coniugare rigore scientifico, apertura dei contenuti, modello non commerciale e piena integrazione nell’ecosistema europeo della scienza aperta. Non si tratta di un’eccezione isolata, ma di un caso esemplare, che consente di riflettere sul rapporto fra politiche europee della ricerca, scelte nazionali e rinnovata centralità degli studi territoriali».

https://www.veronastoria.it/ojs/index.php/StVer/article/view/836

Aperto il canale Youtube VeronaStoria.Ospiterà video su temi di storia veronese.Per ora sono disponibili gli interventi ...
23/12/2025

Aperto il canale Youtube VeronaStoria.
Ospiterà video su temi di storia veronese.
Per ora sono disponibili gli interventi del decennale di Studi Veronesi, tenutosi in Biblioteca civica il 3 dicembre 2025

Il canale VeronaStoria fornisce video relativi all'attività della collana Studi Veronesi e alla valorizzazione della storia e del patrimonio culturale di que...

«Studi veronesi: nodo vivo della circolazione culturale europea». Così Roberto Delle Donne, docente di Storia medievale ...
13/12/2025

«Studi veronesi: nodo vivo della circolazione culturale europea».

Così Roberto Delle Donne, docente di Storia medievale all’Università Federico II di Napoli e coordinatore del gruppo di lavoro sull’open scienze della CRUI, in occasione dell’incontro per i 10 anni di Studi Veronesi ha inquadrato il lavoro della collana dedicata alla storia del territorio veronese nel panorama delle più avanzate politiche culturali promosse dall’Unione Europea, dove la cultura deve essere legante per le comunità locali in una dimensione sovranazionale.
Lontani da qualsiasi localismo, Delle Donne ha chiarito che «Il territorio non è un recinto ma un campo di forza in cui si incontrano e competono interpretazioni diverse e nel quale la ricerca storica svolge una funzione di chiarificazione critica». «In questo senso», ha concluso, «Studi Veronesi ha un valore esemplare per il rigore, per l’apertura e per la capacità di tenere insieme un forte radicamento nel territorio e una prospettiva autenticamente internazionale».
Si può seguire l’intero intervento nel canale di VeronaStoria, dove sono presenti anche gli altri interventi dell’incontro:

Intervento di Roberto Delle Donne (Università Federico II di Napoli) per il decennale di Studi Veronesi (Verona, 3 dicembre 2025)

Indirizzo

Via Vaio, 25
Fumane
37022

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