Ad una prima e superficiale lettura l’esistenza di una Scuola di Tarantella Montemaranese potrebbe sembrare quasi una contraddizione: da una lato l’indicazione di un oggetto di natura squisitamente folklorica, che ha tra le sue caratteristiche la trasmissione delle competenze per le vie tradizionali della acculturazione attraverso l’apprendistato, e, dall’altro, il nominare un Istituto, come la sc
uola, che direi per definizione appartiene ad altre logiche di trasmissione della competenza, piu’ connesse ad una societa’ egemonica che subalterna (si pensi ad esempio alla dinamica relazione professore/studente).Questa constatazione potrebbe infatti suscitare la domanda: come si puo insegnare qualcosa che va innanzitutto vissuto, partecipato, respirato, osservato (cioe’ tutte azioni che richiedono il sentire sul piano emotivo)? Come si fa ad incasellare questi piani in workshop che inevitabilmente rimandano ad azioni sul piano razionale, come l’apprendimento di una tecnica, che e’ si importante ma certo non fondamentale? L’operato della Scuola di Tarantella Montemaranese non va assolutamente immaginato come la trasmissione di un sapere tecnico, nello specifico il saper ballare (la qual cosa avviene, come effetto, e che certamente non e’ la ragione prima) ma come la comunicazione di un sentire, di un appartenere e, in fondo, di un gioire che viene messo a disposizione su un piano sovralocale, com’e giusto che sia in una logica che si allontana da un pericoloso localismo per abbracciare quelle dinamiche che inseriscono le qualita’ del locale in un’ottica globale. Qui la trasmissione avviene non solo attraverso lo sguardo, strumento fondamentale dell’apprendistato, ma anche e soprattutto attraverso l’empatia, che rimanda ad uno dei tratti fondamentali della tarantella, vale a dire l’essere un momento di coesione e di identita’ di un gruppo sociale e al tempo stesso un momento di apertura e di comunicazione verso un esterno da coinvolgere. Augusto Ferraiuolo
Docente di antropologia alla Boston University