17/06/2026
Una bambina gioca sulla spiaggia. Un adulto le costruisce accanto un castello perfetto e dice: «Guarda che bello». Un altro si siede, le porge una paletta e le chiede: «Che cosa vuoi costruire?». Dopo un’ora il suo castello è meno perfetto del primo. Ma è suo.
È tutta qui la differenza che provo a raccontare.
Troppo spesso immaginiamo l’ipnosi come un’unica scena: l’operatore induce e guida, e il cliente riceve. Ma l’induzione è solo la porta. Una volta dentro, la persona può diventare l’autrice della propria esperienza — non più destinataria, ma costruttrice. Perché il protagonista non è chi sei: è chi diventi mentre ti racconti. Non è un dato, è un effetto. E un effetto si può cambiare.
L’ipnosi costruttivista lavora esattamente qui. Non cambia la persona: cambia il protagonista che la persona interpreta — e con esso la storia, la percezione, il mondo vissuto. Da von Foerster a Maturana, da Seth a Erickson, fino al ciclo creativo di Rossi e ai neuroni specchio: regressiva o progressiva, meditativa o contemplativa, le forme cambiano, il principio resta. Essere plastici, elastici, inventare ogni volta la formula più giusta per chi abbiamo davanti.
Il cambiamento più profondo non nasce quando qualcuno ci conduce. Nasce quando riprendiamo in mano la paletta — la mano che soffia il colore — e torniamo a tracciare il nostro contorno.
Non induco un protagonista: lo lascio nascere.
Non impongo, accompagno.
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L’ipnosi che si costruisce Il protagonista non si trova, si costruisce: plasticità e immaginario nell’ipnosi costruttivista « Non induco un protagonista: lo lascio nascere. » DA DOVE NASCE …